Questo termine è molto caro a tutti i maestri di sci.
Noi, sportivi da poltrona, quelli che per undici mesi allenano soprattutto il telecomando e una volta l’anno si regalano una settimana sulla neve, difficilmente resistiamo al fascino dello sci. Così, prima o poi, siamo passati tutti dalla mitica scuola, quella che in una settimana dovrebbe insegnarti a stare sopra due pezzi di legno paralleli e a lasciarti andare lungo pendenze sulle quali, più che la tecnica, serve una discreta confidenza con i santi.
La prima lezione è lo spazzaneve.
Anni di studio, lauree, master, concorsi, incarichi prestigiosi, per ritrovarsi improvvisamente a fare lo spazzaneve senza neppure lo stipendio. Gambe divaricate, sci convergenti, busto improbabile e dignità lasciata alla partenza. Si scende seguendo traiettorie che dovrebbero essere controllate e che invece somigliano al grafico di un elettrocardiogramma. Se si arriva a valle senza avere lasciato sulla pista un crociato, un menisco o qualche altra componente anatomica, si torna in albergo con una certezza assoluta. Sappiamo sciare.
Poi arriva la seconda lezione, “Lo scodinzolo”.
Il termine è preso dal mondo animale. Il cane vede il padrone, gli corre incontro e scodinzola. È un gesto spontaneo, affettuoso, persino simpatico. Trasferito alla politica, perde parecchia poesia. Soprattutto quando comincia a sentirsi nell’aria profumo di elezioni.
Perché anche per l’onorevole arriva il momento degli esami. Per anni ha occupato uno scranno, frequentato governi e sottogoverni, inaugurato tutto ciò che fosse inaugurabile, presenziato dove fosse possibile presenziare e tagliato nastri con una professionalità che neppure un sarto. Poi, improvvisamente, arriva la scadenza del mandato e bisogna tornare davanti agli elettori. Una precarietà terribile.
Io di politica, come sapete, non capisco nulla. Mi limito a osservarla con lo stesso spirito con cui osservo certi fenomeni umani. Ed è proprio osservando che, all’avvicinarsi delle elezioni, noto una straordinaria diffusione dello scodinzolo.
Un tempo esistevano partiti, sezioni, congressi, percorsi più o meno codificati attraverso i quali si arrivava a una candidatura. Oggi, in molti casi, per entrare in lista bisogna soprattutto essere scelti. E quando qualcuno deve scegliere, inevitabilmente compare qualcuno che desidera essere scelto.
È lì che comincia il movimento della coda. I social sono diventati una meravigliosa pista da sci. Basta aprire il post di un politico, soprattutto se governa. Sotto troverete di tutto. Insulti, proteste, accuse, improperi, cittadini inferociti e analisti geopolitici formatisi durante la pausa pranzo. In mezzo a quella grandinata, immancabile, compare lui, lo scodinzolatore.
Non importa quale sia l’argomento. Il politico potrebbe avere pubblicato una fotografia del tramonto e lui riuscirebbe comunque a intravedervi «la grande visione strategica per il futuro della città». Potrebbe comunicare di avere cambiato una lampadina e qualcuno parlerebbe di «ennesima dimostrazione di attenzione concreta verso il territorio».
È talento, perché lo scodinzolatore non si limita ad approvare. Difende, rilancia, interpreta e, quando occorre, si immola. È disposto persino ad attirare su di sé una parte degli insulti destinati al politico pur di farsi notare.
In fondo il meccanismo è quello antico delle promesse familiari.
«Papà, se vengo promosso mi compri il motorino?»
Soltanto che, crescendo, il motorino cambia cilindrata.
«Se vinciamo, vorrei fare l’assessore.»
«Se vinciamo, magari quel posto da dirigente…»
«Se vinciamo, quella presidenza potrebbe interessarmi.»
E, continuando così, qualcuno potrebbe persino arrivare al Quirinale.
Naturalmente saranno soltanto coincidenze. Io continuo a non capire nulla di politica, però, se davvero funzionasse così, dovrei ricredermi. Non sarebbe poi una disciplina tanto complicata. Servirebbero soprattutto tre qualità.
Ambizione, allenamento e una quantità industriale di saliva.
Quanto allo scodinzolo, consiglio comunque prudenza. Sugli sci serve per mantenere l’equilibrio, in politica, qualche volta, per perderlo.
Un abbraccio a Epruno.
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