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Cultura

Cosa Resterà di Questi Anni 20

venerdì 17 Luglio 2026

Carissimi,

scrivo un editoriale alla settimana da oltre venticinque anni. È una splendida abitudine, una disciplina personale, persino una piccola ossessione, ma non basta per proclamarmi giornalista, così come pubblicare un libro non trasforma automaticamente chiunque in uno scrittore. Del resto, c’è chi racconta una delusione d’amore, la stampa in duecento copie e il giorno dopo si presenta come letterato; allo stesso modo c’è chi, dopo avere fatto ridere i compagni di scuola durante la ricreazione, è convinto di avere già il destino segnato tra il cabaret e il palcoscenico. La vocazione è una cosa seria, il mestiere lo è ancora di più, e tra le due passa la stessa differenza che esiste tra saper fischiettare sotto la doccia e dirigere l’Orchestra della Scala.

Esistono talenti autentici, naturalmente, e sarebbe sciocco negarlo. Molti animano il dopolavoro, le compagnie amatoriali, le feste di quartiere e perfino le assemblee di condominio con simpatia, intelligenza e una dose di talento che merita rispetto. Ma trasformare quella passione in una professione è tutt’altra storia. È lì che cominciano il sacrificio, la selezione e, soprattutto, il confronto con il pubblico, che è molto meno indulgente degli amici e infinitamente meno generoso dei parenti.

Viviamo però nell’epoca della semplificazione permanente, quella nella quale tutto sembra poter essere recuperato, sostituito, abbreviato o surrogato. È accaduto persino ai titoli di studio. Quando gli istituti di recupero servivano a consentire a chi aveva lavorato una vita di conseguire una licenza mai ottenuta da ragazzo, la cosa suscitava persino simpatia. Poi il recupero è diventato un mercato, il mercato un’industria e, in qualche caso, l’industria una scorciatoia. Il rischio, naturalmente, non riguarda il pezzo di carta, ma il valore simbolico che quel pezzo di carta dovrebbe rappresentare.

Ma il punto che mi interessa oggi è un altro, ed è il rapporto tra cultura, spettacolo e denaro pubblico.

Qualche anno fa un ministro ebbe la brillante idea di sostenere che “con la cultura non si mangia”. Lo disse con la serenità di chi non aveva certo il problema di arrivare alla fine del mese. Provate però a ripetere quella frase davanti alle centinaia di associazioni culturali che, ogni anno, attendono il contributo dell’ente pubblico per organizzare una manifestazione, una rassegna o una festa patronale. Scoprirete immediatamente che, almeno da noi, con la cultura si mangia eccome. Talvolta anche con un certo appetito.

Il problema non è il contributo pubblico, che in molti casi è sacrosanto, ma il rapporto che si crea tra chi lo eroga e chi lo riceve. Quando lavori quasi esclusivamente per lo stesso committente, finisci inevitabilmente per assomigliare più a un dipendente che a un artista. Cambia soltanto la periodicità dello stipendio. L’impiegato lo riceve ogni mese, l’artista a progetto, ma il datore di lavoro resta sempre lo stesso: la pubblica amministrazione.

Ed è proprio qui che nasce il dubbio. L’artista dovrebbe essere qualcuno che conquista il pubblico, sperimenta, rischia, cresce, sbaglia, cambia strada. Invece troppo spesso assistiamo a un copione immutabile. Gli stessi nomi, le stesse proposte, gli stessi eventi che si rincorrono anno dopo anno come le repliche di una fiction estiva. Chi possiede davvero talento prende il largo, cerca altri palcoscenici, si misura con realtà diverse. Chi invece trova nella contribuzione pubblica il proprio habitat naturale tende inevitabilmente a trasformare la creatività in rendita.

Così la cultura, anziché rappresentare una sfida, rischia di diventare un raffinato ammortizzatore sociale. E, attenzione, non sto parlando della qualità delle singole iniziative, sulla quale non mi permetto di esprimere giudizi. Sto parlando del meccanismo. Perché una festa patronale, una commemorazione o una rassegna finiscono spesso per assumere un valore che va ben oltre l’aspetto religioso o culturale. Diventano strumenti di consenso, appuntamenti politici, occasioni per consolidare relazioni, distribuire visibilità e rassicurare platee ormai fidelizzate.

Il risultato è che ogni evento si trasforma in una liturgia. Tutto è previsto, tutto è codificato, tutto si ripete con la rassicurante precisione di un orologio svizzero. Nessuna sorpresa, nessun rischio, nessuna concorrenza. È la cultura dei vetri oscurati: si vede movimento, ma è difficile capire cosa accada davvero all’interno.

Ed è forse questo il punto che più mi inquieta. Se la cultura rappresenta davvero la misura di un’epoca, cosa resterà di questi anni quando qualcuno, tra mezzo secolo, proverà a raccontarli? Quali opere, quali artisti, quali idee sopravvivranno al tempo? Cosa diventerà il simbolo della nostra stagione culturale?

Ho il timore che, osservando il panorama attuale, lo storico del futuro possa avere una sensazione molto semplice: quella di trovarsi davanti a un interminabile déjà-vu, dove tutto cambia perché nulla cambi davvero.

E questa, più che una critica, è una domanda che dovremmo avere il coraggio di rivolgere prima di tutto a noi stessi.

Un abbraccio, Epruno.

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