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Sobrietà

Consensi, Applausi e Carrettelle

sabato 11 Luglio 2026

Carissimi,

eccoci ancora qui. È trascorsa un’altra settimana di questa torrida estate, e l’unica vera novità è che i notiziari continuano a prometterci un domani migliore con la stessa convinzione con cui le previsioni del tempo annunciano un imminente calo delle temperature. Ogni giorno ci rassicurano che il fresco è ormai alle porte, salvo poi scoprire che quella porta conduce direttamente a un’altra ondata di caldo africano. È un po’ come certi programmi televisivi nei quali quattro ristoratori si sfidano proclamando di avere il locale migliore del mondo ma alla fine c’è ancora il giudizio dell’arbitro del gioco che “potrà cambiare o confermare il risultato”.

Nel frattempo, quasi senza accorgercene, siamo entrati nella stagione più affascinante della politica: quella in cui nessuno ammette di essere in campagna elettorale, ma tutti iniziano a comportarsi come se mancassero cinque minuti all’apertura dei seggi. Io, di politica, confesso di avere sempre capito poco; però una cosa l’ho imparata. Il mandato elettivo somiglia a una scuola di specializzazione: alla fine arriva l’esame conclusivo e, da quel voto, dipende se continuerai a frequentare certi salotti oppure tornerai a fare la fila come tutti gli altri comuni mortali.

La differenza è che, in questo caso, la commissione d’esame non è composta da tre professori, ma da milioni di elettori, ciascuno convinto di essere l’unico veramente imparziale. E il curriculum, da solo, non basta più. Può sempre arrivare l’outsider che ti soffia il posto, magari non perché sia più bravo, ma semplicemente perché è il suo turno o, come si dice dalle nostre parti, perché ha i cani meglio attaccati al carro.

Così, quando manca circa un anno alle elezioni, succede una trasformazione quasi scientifica. È come un aereo che spegne i motori e comincia la lenta planata verso la pista. Da quel momento ogni inaugurazione diventa storica, ogni taglio di nastro assume il valore dello sbarco sulla Luna e ogni marciapiede rifatto viene raccontato come se fosse la ricostruzione del Colosseo. Tutti hanno improvvisamente un bisogno irresistibile di farsi vedere, di ricordare ai cittadini che quel ponte, quella piazza, quella rotatoria o persino quel cestino portarifiuti esistono grazie alla loro illuminata presenza.

Il problema è che gli elettori, nel frattempo, sono cresciuti. Un tempo bastava salire sulla mitica Fiat 600 con l’altoparlante sul tetto, attraversare il paese annunciando il comizio serale e il gioco era fatto. C’erano le piazze piene, i manifesti, i sacerdoti che invitavano a votare secondo coscienza e la scheda elettorale sembrava quasi un’estensione del catechismo. Oggi, invece, il cittadino passa la giornata bombardato da televisioni, social network, sondaggi e opinionisti. Alla fine sviluppa un talento straordinario: ascolta tutti e non dice niente a nessuno. Tant’è vero che gli exit poll, sempre più spesso, riescono nell’impresa di sbagliare con impressionante precisione.

Anche perché la propaganda ha un difetto: quando è eccessiva diventa involontariamente comica. Ormai il cittadino non si lascia più incantare dalla foto con il casco in testa e la pettorina catarifrangente. Guarda le scarpe. Se sono lucide come quelle di uno sposo, capisce immediatamente che quel cantiere è stato visitato per la durata di una fotografia e che la polvere è stata accuratamente evitata. Il muratore continua a sudare sotto il sole, mentre qualcun altro arriva all’ultimo minuto per intestarsi il merito dell’opera.

Ed è qui che nasce un equivoco gigantesco. Molti pensano che il consenso si conquisti raccontando tutto ciò che si è fatto. Ma fare il proprio dovere non è un’impresa eroica, è semplicemente il motivo per cui si viene pagati. Sarebbe come vedere lo spazzino davanti alle telecamere dichiarare con orgoglio: «Oggi ho spazzato la strada.» La risposta più naturale sarebbe: «Benissimo. E domani?»

L’applauso vero non arriva quando fai ciò che eri tenuto a fare; arriva quando riesci a fare qualcosa che nessuno si aspettava, migliorando davvero la vita delle persone senza sentirti obbligato a convocare una conferenza stampa per ogni bullone avvitato.

Per questo continuo a pensare che la sobrietà resti la migliore strategia politica. La gente crede sempre meno alle favole e sempre di più ai fatti. Ha compreso che la politica non è più soltanto il luogo dei nobili o dei grandi notabili, ma spesso rappresenta il biglietto della lotteria con cui qualcuno tenta di prendere l’ascensore sociale.

Il problema è che quell’ascensore, come dicevamo la scorsa settimana, continua a essere fermo per manutenzione. E, conoscendo certi manutentori, più che un intervento tecnico sembra una scelta strategica. Perché finché l’ascensore rimane bloccato, c’è sempre qualcuno che continua a occupare comodamente il piano attico.

Un abbraccio eprunico.

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