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Il puzzle del centrosinistra

Il colpo di mano di La Vardera e i problemi di “affidabilità” nel campo largo: l’ultimatum dei progressisti

venerdì 3 Luglio 2026

Amici amici e poi ti rubano la bici: diceva un vecchio detto, oggi più ricorrente che mai tra i corridoi di Palazzo dei Normanni. Ma non solo. Il passaggio di Jose Marano e Carlo Gilistro dal Movimento 5 Stelle a Controcorrente continua a fare rumore anche a distanza di giorni. Il mondo pentastellato è su tutte le furie. Mandare giù l’amaro boccone non sarà semplice e tra alleati il clima è teso.

Credibilità e affidabilità. Sono queste le due nuove parole chiave del campo progressista, mentre la strada verso le regionali del 2027 appare in salita. Un fulmine a ciel sereno, una spaccatura consumata in appena tre giorni in maniera rapida e repentina. Eppure il vertice andato in scena a Palermo sembrava aver aperto nuovi spiragli di dialogo tra le varie forze del campo “larghissimo”: Partito Democratico, Movimento 5 Stelle, Avs, Sinistra Futura, +Europa, +Uno, Progetto Civico, Partito socialista italiano, Spazio Civico e Controcorrente. Proprio quest’ultimo, però, è stato rappresentato non dal suo leader Ismaele La Vardera, ma da Miguel Donegan e Gandolfo Lo Verde. Un incontro disertato che coincide con l’annuncio social che ha sollevato il gran polverone. E adesso? I progressisti sono in rotta di collisione? Ricompattare i pezzi non sarà semplice, ma ancora una volta la scelta migliore è la prudenza. E una data sarebbe già segnata in rosso come possibile punto di svolta. 

La volontà non sarebbe quella di aprire ed esasperare una crisi. Possibilità che inevitabilmente manderebbe all’aria tutto il lavoro portato avanti in questi mesi, dal ritiro spirituale a San Martino delle Scale al centro Pio La Torre. Qualcosa, però, dovrà necessariamente cambiare, a partire dal dialogo, unica arma per la costituzione di una coalizione pronta al confronto, esterno, ma soprattutto interno, considerando gli ultimi sviluppi, e competitiva. Ma come avranno reagito a questo colpo di mano due dei tre pilastri del campo largo? 

Da una lato i diretti interessati del Movimento 5 Stelle. Voci di peso all’interno del partito, ad oggi, smentiscono categoricamente una frattura, confermando l’intenzione di organizzare eventi pubblici insieme, ma evidenziando i tanti “però”. Atteggiamenti e modalità dell’ex Iena non sono passati inosservati. Eppure, fino a qualche mese fa, l’intesa tra le due compagini appariva robusta e solida. Basti pensare ai diversi candidati condivisi in occasione delle elezioni amministrative o alle liste comuni presentate, seppur senza riscuotere successo, come a Messina. Ricordi ormai sbiaditi. Ora bisognerà ripartire da zero. La linea tra i pentastellati, nonostante gli animi non si siano ancora placati, e per i quali servirà ancora un po’ di tempo naturale per smaltire, è comune: bisognerà trovare una sintesi, opzione ad oggi più quotata delle primarie. Un’idea, quest’ultima, che non sembrerebbe andare particolarmente a genio.

Chi è di tutt’altra credenza è il Partito Democratico. “Le primarie sono nel dna del PD“: sottolineano profili di spessore tra le fila dem. Il PD resta a guardare in silenzio, ma con occhio vigile. Di pari passo ai problemi interni, legati alla figura del segretario regionale Anthony Barbagallo, prendono forma anche quelli legati ai precari equilibri della coalizione. Una roadmap ci sarebbe pure. Il 9 e il 15 luglio i leader nazionali Elly Schlein, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli torneranno incontrarsi. Proprio questa serie di faccia a faccia potrebbero portare anche ad una svolta in Sicilia. Un nuovo vertice potrebbe infatti materializzarsi nell’Isola verso fine mese. L’obiettivo? Camminare su due binari paralleli, avere un quadro più chiaro a livello nazionale, trasportare l’assetto sul piano regionale, fino a giungere a settembre-ottobre. Mesi importanti e per i quali l’auspicio è quello di poter svolgere le primarie. Magari a tutti i livelli. Già, perché si parla tanto di regionali, ma il 2027 sarà anche l’anno di Palermo. Ed anche lì lo scontro è aperto. Prima, però, bisognerà mettere tutti d’accordo. Un’impresa ardua che ad oggi appare come una montagna insormontabile.

Ma c’è anche qualcosa che unisce PD e M5S. Entrambi gli schieramenti, infatti, non negano l’apertura verso nuovi fronti. A poco meno di un anno dal voto tanti sono i movimenti civici e le realtà regionali già sorti. E il candidato presidente, oltre le già avanzate disponibilità di La Vardera, del coordinatore regionale pentastellato, vicepresidente dell’Ars, Nuccio Di Paola e del dem, presidente della Commissione Antimafia, Antonello Cracolici, potrebbe essere anche un outsider.

E Cateno De Luca? Vige la diffidenza. Il mancato inquadramento del leader di Sud chiama Nord non sembra aver ancora convinto tutti i rappresentati del campo largo. Lo stesso sindaco di Taormina, commentando l’esito delle comunali aveva ironizzato: “I numeri parlano, siamo stati più vicini al centrosinistra che al centrodestra e dove eravamo con il centrosinistra abbiamo sempre vinto(CLICCA QUI). Ma non sarebbe bastato per convincere i progressisti, soprattutto dopo gli “strani avvistamenti” delle ultime settimane a Palazzo dei Normanni, che hanno visto De Luca parte di un triangolo inedito che includerebbe anche Democrazia Cristiana e Lega (CLICCA QUI). E proprio su quest’onda si apre un altro interrogativo. Anche l’adesione di Alessandro De Leo a Controcorrente non sarebbe stata vista di buon occhio. Prima ScN, poi Forza Italia. Insomma, anche in questo caso tra le fila dei dem e dei pentastellati c’è chi avrebbe chiesto alcuni chiarimenti sulla vera natura del partito fondato neanche un anno e mezzo fa. Ma non solo. C’è anche chi non avrebbe ancora dimenticato la candidatura “fake” a sindaco di Palermo, nel 2017, al fianco di Giorgia Meloni e Matteo Salvini in giro per strade del capoluogo siciliano.

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