Carissimi,
da qualche anno è diventato sempre più difficile esprimere un’opinione senza che qualcuno senta l’irrefrenabile bisogno di collocarla dentro uno schieramento. Non perché si corra il rischio di essere considerati reazionari o progressisti, ma perché sembra ormai indispensabile applaudire sempre e comunque, anche quando il piatto di pasta servito alla mensa è chiaramente scotto. Guai a osservare che forse mancava un po’ di sale o che la cottura poteva essere migliore. Non si diventa automaticamente critici; si viene semplicemente esclusi dal rassicurante coro dei plaudenti.
Continuo a pensare che l’Italia dei nominati, dei reality e delle tifoserie organizzate faccia una fatica enorme a produrre individualità di pensiero. È molto più semplice preparare un’opinione precotta, facilmente digeribile da tutti, piuttosto che accettare il rischio di un confronto autentico. Così si alimenta l’idea, sempre comoda, secondo cui chi governa pensi esclusivamente a conservare la propria poltrona e chi si oppone abbia come unico obiettivo quello di conquistarla.
Esiste però un argomento sul quale riescono miracolosamente a trovarsi d’accordo il potente e il nullatenente, il professionista e il disoccupato, l’imprenditore e il pensionato. È il calcio. Basta chiedere cosa farà il Palermo domenica e, improvvisamente, diventiamo tutti parenti. Siamo tutti cugini, tutti allenatori, tutti commissari tecnici. Evidentemente la passione sportiva riesce ancora dove la politica fallisce.
Ripeto spesso che fare il proprio dovere non merita applausi. È semplicemente ciò che ci si aspetta da chiunque ricopra un incarico pubblico. Il miglior amministratore non è colui che inaugura ogni mattina qualcosa di nuovo, ma chi è capace di raccogliere il lavoro di chi lo ha preceduto, migliorarlo e, soprattutto, preparare quello che servirà a chi arriverà dopo di lui. La continuità amministrativa è molto meno spettacolare di un taglio del nastro, ma infinitamente più utile.
Naturalmente esistono anche quelli che, appena conquistata una poltrona, si convincono di aver ricevuto in omaggio il titolo di padroni del mondo. Sono personaggi ricorrenti, figure cicliche della nostra storia, che hanno poco a che vedere con la politica e molto con la vanità umana.
Eppure leggi, regolamenti e controlli non saranno mai sufficienti se non crescerà un autentico senso civico. Tutto ciò che sta tra la porta di casa nostra e quella del nostro vicino appartiene anche a noi, eppure continuiamo a comportarci come se fosse terra di nessuno. Preferiamo emozionarci per una rara impresa sportiva piuttosto che pretendere una gestione ordinaria capace di rendere migliore la nostra quotidianità.
Da tecnico ho sempre provato una sincera ammirazione per l’ingegno umano. Ho studiato le opere degli antichi, osservato le grandi realizzazioni dell’ingegneria moderna e continuo a meravigliarmi davanti a ciò che l’uomo è stato capace di costruire. Abbiamo raggiunto la Luna, inviato sonde su Marte, realizzato ponti sospesi che sembravano impossibili e sviluppato tecnologie che fino a pochi decenni fa appartenevano soltanto alla fantascienza.
Nel frattempo la ricerca continua a combattere malattie, ad allungare la vita e, soprattutto, a migliorarne la qualità. È un patrimonio che dovrebbe essere sostenuto con convinzione da governi e istituzioni, perché il vero investimento sul futuro passa dalla conoscenza e non soltanto dalla propaganda.
Eppure, malgrado tutto questo straordinario progresso, esiste un problema davanti al quale l’umanità continua a mostrarsi sorprendentemente impotente.
Il tombino stradale.
Sì, proprio lui.
Rifacciamo l’asfalto, stendiamo il tappetino d’usura, inauguriamo la strada nuova e, quando finalmente tutto sembra perfetto, eccolo ricomparire puntuale come il cambio dell’ora: il tombino che sprofonda, trasformando un tavolo da biliardo in un percorso a ostacoli e costringendo gli automobilisti a ripassare mentalmente l’intero calendario dei santi.
Se poi aggiungiamo quell’altro piccolo capolavoro progettuale di cui abbiamo già parlato, cioè il lampione accuratamente nascosto dentro la chioma di un albero, capace di illuminare magnificamente le foglie e lasciare la carreggiata nell’oscurità, il quadro può dirsi completo.
Forse il vero genio del futuro non sarà chi costruirà una colonia su Marte né chi realizzerà il prossimo ponte da record.
Sarà semplicemente colui che riuscirà a progettare un tombino che non sprofondi e un lampione che illumini la strada.
E, credetemi, se quel giorno arriverà, sarà il primo a meritarsi davvero un applauso.
Un abbraccio.




