Carissimi,
ero bambino e, dietro l’alto muro di una grande villa ormai consumata dal tempo, immaginavo i nobili trascorrere i pomeriggi giocando a carte. Mi sembravano persone speciali, appartenenti a un mondo lontano, dove il privilegio era quasi una condizione naturale. Poi si cresce e si scopre che, molto spesso, la nobiltà consisteva soprattutto nell’arte di annoiarsi.
Come diceva un mio caro amico comico: «Vedete che è brutto?».
Sì, è brutto. Ma ancora più curioso è continuare a rimpiangere un mondo che abbiamo scelto di lasciarci alle spalle. La monarchia appartiene alla storia e la Repubblica, che oggi compie ottant’anni, rappresenta ormai la nostra identità istituzionale. Eppure continuiamo a guardare con nostalgia titoli, stemmi e cognomi illustri, come se bastassero a certificare un valore che il tempo, invece, ha già provveduto a ridimensionare.
Perché oggi, nella maggior parte dei casi, non è rimasta né la nobiltà né la ricchezza. Non viviamo più nell’Italia delle cambiali, ma in quella dei debiti e dei patrimoni lentamente dissolti. Del resto, la ricchezza è una creatura infedele: cambia spesso proprietario e, come ricordava un altro caro amico, raramente sopravvive a più di una generazione, soprattutto quando non è stata conquistata ma semplicemente ereditata.
In fondo, né la nobiltà né la ricchezza sono mai nate da un concorso pubblico. I primi proprietari furono semplicemente i primi a piantare un palo nel terreno e a dire: «Questo è mio». Da lì sono arrivati confini, guerre, omicidi, conquiste e ogni altra raffinata invenienza della civiltà.
Poi interviene la memoria, che possiede un curioso senso dell’umorismo. Con il passare del tempo dimentica le ruberie, addolcisce le violenze e trasforma conquistatori in cavalieri, usurpatori in benefattori e potenti in illustri antenati. L’oblio è democratico: concede un trattamento di favore praticamente a tutti. Dopo la morte, finché restano figli e nipoti a raccontarne le gesta, quasi nessuno viene ricordato per i propri difetti.
Gli scrittori di fantascienza immaginano che, nel futuro, il denaro e la proprietà privata perderanno la loro centralità, le grandi malattie saranno sconfitte e gli uomini vivranno finalmente in una società più equa. È una prospettiva affascinante, ma per il momento resta confinata negli scaffali della narrativa.
Oggi, invece, continuiamo a inseguire l’ascesa sociale. Peccato che l’ascensore sociale sia fermo da parecchi anni e il tecnico della manutenzione sembri irreperibile. Così ci tocca salire le scale a piedi, con il rischio di arrivare già stanchi prima ancora di avere raggiunto il pianerottolo.
E siccome diventare importanti è difficile, ci accontentiamo di sembrare importanti.
Viviamo nel tempo dell’apparire.
Non basta più essere conosciuti: bisogna essere fotografati. Anzi, fotografarsi. L’autografo appartiene ormai all’archeologia. Oggi esistono i firmacopie, le dediche personalizzate e, soprattutto, il selfie. Il selfie è la prova regina dell’esistenza sociale. Non importa che il personaggio famoso non sappia minimamente chi siamo. L’importante è poter mostrare la fotografia e dire: «Io c’ero».
Il paradosso è che, tra qualche anno, riguardando quella stessa immagine, potremmo domandarci: «Ma questo chi era?».
È la celebrità istantanea: intensa quanto una scintilla e altrettanto destinata a spegnersi.
Lo stesso accade nei grandi eventi culturali. Eleganti, impeccabili, immortalati davanti all’ingresso del teatro come raffinati intenditori d’opera, salvo poi affrontare tre atti cantati in una lingua sconosciuta, con sottotitoli che sembrano scritti apposta per scoraggiare ogni tentativo di comprensione.
Le fotografie, infatti, vengono quasi sempre scattate prima dello spettacolo. Sarebbe interessante ripeterle all’uscita, quando molti hanno già discretamente anticipato il guardaroba di almeno mezz’ora.
Naturalmente questo non accade. L’importante non è assistere all’opera, ma dimostrare di esserci stati.
Così continua a sfilare il solito caravanserraglio di inaugurazioni, convegni, presentazioni, concerti, mostre e vernissage. Una processione instancabile di volti sempre uguali, che percorrono la città seguendo un unico, infallibile criterio: dove c’è una macchina fotografica, lì bisogna essere.
Perché, in fondo, non si rincorre più il valore dell’evento. Si rincorre la fotografia dell’evento.
Ed è proprio questa la più moderna forma di nobiltà: non quella del sangue, ma quella dell’inquadratura.
Un abbraccio, Epruno.



