Carissimi,
quando abbiamo deciso che ogni notizia dovesse essere necessariamente classificata, etichettata e immediatamente polarizzata? Quando abbiamo stabilito che qualunque fatto, prima ancora di essere compreso, dovesse essere arruolato d’ufficio in uno schieramento, trasformando la cronaca in una tifoseria e il ragionamento in un esercizio di appartenenza?
Continuo a pensare che una delle più grandi conquiste di una società civile sia la libertà di costruire un’opinione attraverso il proprio percorso umano, l’educazione ricevuta in famiglia, gli studi, le esperienze, gli errori, gli incontri e perfino i dubbi. Prima di essere di destra, di sinistra, di centro o di qualunque altra latitudine politica, dovrebbe esistere il diritto di essere semplicemente una persona libera, capace di ascoltare, riflettere e soltanto dopo esprimere il proprio giudizio, senza attendere che qualcuno le comunichi quale opinione sia consentito avere quel giorno.
Eppure oggi accade esattamente il contrario. Ogni avvenimento viene immediatamente trasformato in un terreno di scontro, alimentando dibattiti spesso sterili nei quali la ricerca della verità passa in secondo piano rispetto alla necessità di stabilire da quale parte stare. Sembra quasi che la politica abbia rinunciato a governare il futuro per limitarsi a rincorrere quotidianamente la cronaca, adattando le proprie convinzioni all’ultima notizia anziché a una visione complessiva del Paese.
Esistono però fatti che conservano una loro oggettività e che non hanno bisogno di essere filtrati attraverso l’appartenenza politica. Una persona dotata di un minimo di raziocinio dovrebbe poter giudicare un episodio per quello che è, senza sentirsi costretta a consultare preventivamente il manuale dello schieramento di riferimento.
Il problema nasce quando ci viene raccontata soltanto una parte della storia. Immaginate un’offesa e, subito dopo, la reazione di chi l’ha subita. Se eliminiamo l’offesa e mostriamo soltanto la reazione, quest’ultima apparirà inevitabilmente incomprensibile, spropositata o perfino ingiustificabile. Non abbiamo raccontato una bugia, ma abbiamo nascosto una parte della verità, e spesso è proprio ciò che si omette a determinare il giudizio finale.
Fare informazione è difficile, ma ancora più difficile è conservare la memoria dei fatti in un tempo che vive di memoria brevissima, continuamente riscritta da chi ha il potere di orientare il racconto.
Rimangono, tuttavia, alcuni principi che dovrebbero essere condivisi da chiunque. Il valore della vita umana non appartiene né alla destra né alla sinistra, così come il principio della legittima difesa non può essere trasformato in uno slogan elettorale. Nessuno può arrogarsi il diritto di togliere la vita a un altro essere umano e, allo stesso tempo, chi provoca la morte di una persona, anche accidentalmente, deve risponderne davanti alla legge. Non viviamo nel Far West, dove uno sceriffo decide da solo chi abbia diritto di vivere e chi no.
E invece riusciamo a dividerci perfino su questo, come se esistessero morti progressiste e morti conservatrici, ponti di destra e strade di sinistra, ospedali di maggioranza e scuole di opposizione.
Prendiamo il Ponte sullo Stretto. Da oltre vent’anni continuo a pensare che le grandi infrastrutture rappresentino un’opportunità di crescita e di modernizzazione per il Paese, indipendentemente da chi sieda temporaneamente al Governo. Eppure, mentre noi continuiamo a discutere se sia giusto costruirlo, il resto del mondo affronta problemi infinitamente più avanzati. La prima linea della metropolitana di Londra è stata inaugurata nel 1863 e noi, oltre un secolo e mezzo dopo, siamo ancora impegnati a decidere se sia opportuno realizzare opere che altrove appartengono ormai alla storia.
È questo il paradosso italiano. Qualunque progetto viene trasformato in una bandiera da sventolare o da abbattere, quando dovrebbe essere valutato esclusivamente per la sua utilità collettiva. Le priorità esistono e nessuno lo nega, ma troppo spesso diventano il pretesto perfetto per non fare nulla, perché mentre discutiamo su quale intervento venga prima, finiamo puntualmente per rinviare anche quello che sarebbe dovuto venire dopo.
E così il tempo passa, il Paese resta fermo e noi continuiamo a convincerci che il vero problema sia stabilire da quale parte stare, invece di domandarci, una volta tanto, dove vogliamo davvero andare.
Un abbraccio.




