Carissimi,
che differenza esiste tra la bellezza e la convenienza?
Sembrerebbero due concetti lontanissimi, destinati a viaggiare su binari paralleli senza mai incontrarsi, ma basta fermarsi un attimo, guardarsi intorno e osservare il meraviglioso spettacolo delle nostre contraddizioni quotidiane per capire che, probabilmente, quella distanza esiste davvero.
Perché non sempre ciò che è bello conviene e, soprattutto, non sempre ciò che conviene è bello.
Dentro questa semplice riflessione possiamo infilare quasi tutto: la politica, la gestione della cosa pubblica, la burocrazia e anche quella curiosa umanità che spesso si candida ad amministrare il bene comune con il nobile intento dichiarato di occuparsi degli altri, salvo poi scoprire una particolare predisposizione alla manutenzione ordinaria e straordinaria del proprio interesse personale.
Il bello, così come il bene, dovrebbe essere qualcosa di oggettivo, riconoscibile da tutti, indipendentemente dalla firma di chi lo realizza, perché una cosa fatta bene rimane fatta bene anche quando non porta vantaggio a chi la giudica.
E allora nasce spontanea una domanda apparentemente banale: quanto costa fare bene una cosa?
Molto spesso esattamente quanto costa farla male.
Anzi, certe volte fare male una cosa diventa persino più costoso, perché quello che oggi nasce sbagliato domani avrà bisogno di modifiche, aggiustamenti, manutenzioni e riparazioni, trasformando quello che per il cittadino è un disagio in una straordinaria opportunità per qualcun altro.
Pensiamo alla cosa più semplice del mondo: illuminare una strada. Si fanno studi, progetti, appalti, si montano pali e corpi illuminanti, poi arriva la natura, che evidentemente non aveva letto il progetto, e scopriamo che il lampione è stato posizionato dentro la chioma di un albero. Così, appena arrivano le foglie, abbiamo raggiunto un risultato straordinario: l’albero perfettamente illuminato e la strada completamente al buio.
Però formalmente tutto è corretto. Il progetto esiste. I soldi sono stati spesi e il lavoro è stato realizzato e anche collaudato.
Manca solamente un piccolo dettaglio trascurabile: la luce, quella cosa secondaria per la quale ingenuamente pensavamo fosse nato un impianto di illuminazione.
Lo stesso accade quando asfaltano una strada e dopo poche settimane qualcuno si ricorda che bisognava scavare per sistemare un sottoservizio, seguendo quella meravigliosa logica secondo la quale prima compriamo un vestito nuovo e poi decidiamo di fare l’intervento chirurgico.
Poi viaggiamo, andiamo in quei Paesi che guardiamo sempre con ammirazione pensando di trovare popoli abitati da geni assoluti, mentre spesso troviamo semplicemente persone normali che hanno scoperto due parole da noi considerate quasi offensive: organizzazione e programmazione.
Programmare significa pensare oggi a quello che servirà domani, mentre noi siamo diventati bravissimi nel trovare domani una spiegazione intelligente al motivo per cui ieri abbiamo sbagliato.
Forse tutto nasce davanti alla porta di casa nostra. Dietro quella porta pretendiamo ordine, pulizia e bellezza; fuori da quella porta, invece, inizia una misteriosa terra di nessuno dove strade, marciapiedi, giardini e monumenti appartengono a una strana entità chiamata “qualcuno”. Dimenticando che quel qualcuno siamo sempre noi.
Siamo un popolo curioso: pretendiamo poco sui servizi essenziali, ma siamo pronti a entusiasmarci davanti alla spettacolarizzazione, come se una luce colorata sopra un palco potesse cancellare una strada piena di buche.
Il vecchio “circenses” che prova ancora una volta a distrarci da un “panem” sempre più sottile.
Quando paghiamo le tasse non stiamo facendo una donazione allo Stato, stiamo pagando un servizio e dovremmo pretendere strade, scuole, sicurezza, pulizia e organizzazione, invece spesso finiamo per finanziare anche chi della cosa pubblica ha fatto una passerella personale, confondendo temporaneamente una poltrona ricevuta con un trono conquistato.
Alla fine restiamo spettatori di questa grande commedia, fatta di discussioni quotidiane, indignazioni programmate e personaggi non in cerca d’autore perché, purtroppo, spesso un autore alle spalle ce l’hanno pure.
Il problema è che qualche volta manca il personaggio. Manca la preparazione. Manca la capacità di interpretare il ruolo assegnato.
E allora forse la domanda iniziale era sbagliata.
Non dovremmo chiederci quale sia la differenza tra bellezza e convenienza, ma quando abbiamo iniziato a considerare una cosa fatta bene un lusso invece che un normale dovere, perché una società matura non dovrebbe mai scegliere tra ciò che è bello e ciò che conviene.
Dovrebbe semplicemente pretendere entrambe le cose. Un abbraccio, Epruno.




