Carissimi,
in un’annata così densa di avvenimenti e di notizie non sempre allegre, mi sono preso qualche giorno di riposo e, dopo il caldo torrido che ci ha fatto soffrire e che spero di poter finalmente raccontare al passato, ho cercato refrigerio salendo a Crongoli, il mio adorato paesino di montagna a millecento metri, del quale in questi anni vi ho spesso raccontato vicende e personaggi.
A Crongoli funziona così. Si torna, si ritrovano vecchie conoscenze e lontani parenti e la sera, seduti davanti al bar, ci si aggiorna su morti, matrimoni, malattie e disgrazie accadute durante l’assenza. È stato così che ho appreso della dipartita, avvenuta lo scorso inverno, di un mio lontano parente, Peppino il Medico, considerato in paese un autentico luminare della materia.
Qualche maligno sosteneva che “luminare” derivasse in realtà dal mestiere di suo padre, mio zio Andrea, lontano cugino di mia madre, che per campare fabbricava candele e lumini. Ma sarebbe ingeneroso fermarsi all’etimologia, perché Peppino ebbe realmente una carriera straordinaria, soprattutto considerando come era cominciata.
Con enormi sacrifici della famiglia riuscì a frequentare Medicina quando l’Università era ancora quella con la U maiuscola e lui, forse proprio per rispetto verso l’istituzione, decise di non abbandonarla troppo presto, trattenendosi in facoltà quasi vent’anni. Dopo un certo periodo i nuovi studenti lo scambiavano per un docente e qualcuno, probabilmente, anche per un elemento dell’arredamento.
Il vero ostacolo fu Anatomia. Peppino era convinto di essere nato medico e altrettanto convinto che prima o poi anche l’Università se ne sarebbe accorta. Al quindicesimo tentativo, il professore gli restituì il libretto dicendogli che, vivo lui, quell’esame non lo avrebbe mai superato. Era un mercoledì di fine luglio e, pochi giorni dopo, partecipammo purtroppo all’estremo saluto dell’illustre cattedratico, stroncato da un improvviso infarto. Qualche malpensante mise in relazione i due avvenimenti, pensando che Peppino portasse iella, ma io mi sono sempre rifiutato di farlo.
Due mesi dopo Peppino si presentò per la sedicesima volta e gli assistenti, dimostrando maggiore apertura culturale del loro maestro, gli concessero un diciotto liberatorio. A Crongoli fu festa grande e da quel momento, almeno nell’immaginario collettivo, Peppino era già medico. Non oso immaginare cosa accadde con le altre materie, ma l’ostinazione alla fine ebbe ragione e Peppino si laureò davvero. Si narrà che gli impedirono di fare il giuramento di Ippocrate insieme agli altri.
Lo persi di vista per qualche anno, finché seppi che aveva iniziato una brillante carriera come medico sulle navi da crociera, interrotta da uno spiacevole episodio di intossicazione farmaceutica che coinvolse numerosi passeggeri durante una traversata. Errata anamnesi, prescrizione sbagliata, farmaci scaduti? Non lo sapremo mai. So soltanto che l’ammiraglio armatore dichiarò che, vivo lui, Peppino non avrebbe mai più messo piede su una delle sue navi. Anche l’ammiraglio, purtroppo, morì poco tempo dopo, ma questa volta nessuno osò collegare le due circostanze. Gli eredi, tuttavia, rispettarono scrupolosamente la volontà paterna.
Peppino tornò quindi sulle Madonie, dove aprì uno studio e, con encomiabile spirito di servizio, curava uomini e bestie senza creare inutili discriminazioni. Possedeva una vetrinetta piena di campioni lasciati dagli informatori farmaceutici che distribuiva generosamente ai pazienti e dubito perdesse troppo tempo con i bugiardini. A me, una volta, prescrisse un farmaco che conservo ancora intatto: era contro il cimurro. Pare che l’Ordine dei medici gli avesse fatto sequestrare i ricettari, ma Peppino, uomo pratico, se ne fece stampare altri.
Non vorrei però che tutto questo facesse dimenticare la sua qualità migliore: la modestia.
Pochi giorni dopo la laurea eravamo al biliardo quando una donna cominciò a gridare dal balcone difronte la sala giochi “aiuto, un dottore, c’è una signora che sta morendo”. Corremmo su e, naturalmente, trascinammo con noi il nostro medico fresco di proclamazione. Peppino trovò un’anziana distesa sul pavimento, apparentemente esanime, si chinò con grande professionalità, effettuò palpazioni, controlli e tutto ciò che riteneva necessario, mentre noi aspettavamo in religioso silenzio la prima diagnosi del nostro luminare.
Dopo qualche minuto si rialzò, ci guardò e disse: «Chiamate un medico.»
Se questa non è modestia, ditemi voi cosa lo è.
Oggi che bisogna laurearsi in fretta, possibilmente senza perdere un anno, penso spesso ai vent’anni trascorsi da Peppino dentro l’Università. Magari non avrà imparato tutto, ma ebbe almeno il tempo di capire quanto fosse immensa la medicina e quanto fosse pericoloso credere di conoscerla.
Ed è proprio questo che mi preoccupa. Un domani potrei finire sotto i ferri di qualche giovane laureatosi rapidamente, magari durante il Covid, preparatissimo, specializzato e masterizzato, ma completamente privo della più grande virtù del mio compianto parente.
La capacità, al momento opportuno, di guardare il paziente e dire: «Chiamate un medico.»
Un abbraccio, Epruno.





